Spring Days | Usa i coupon SPRING15 per ottenere il 15%, a partire da 480€ e SPRING20 per ottenere il 20% a partire da 4800€

Il design come ponte tra immaginazione e realtà: l’universo creativo di Elena Salmistraro

22 Aprile 2025

Elena Salmistraro

Elena Salmistraro ci accompagna nel cuore del suo processo creativo, svelando come nascono le sue idee, come si sviluppa il dialogo tra ispirazione e progettazione, tra estetica e materia. Un viaggio che attraversa mondi immaginifici e concretezza produttiva, dove ogni elemento – forma, colore, texture – diventa parte integrante di un linguaggio personale e riconoscibile. Un’occasione per comprendere più da vicino il pensiero di una designer capace di dare voce agli oggetti, trasformandoli in universi da esplorare, narrazioni visive che intrecciano emozione, funzione e identità.

Come nasce l’ispirazione per un nuovo progetto? Puoi raccontarci come si sviluppa il tuo processo creativo, dall’idea iniziale alla realizzazione finale?

L’ispirazione per un nuovo progetto nasce sempre in modo diverso, perché ogni progetto ha una sua natura, una sua finalità e delle specifiche esigenze che lo rendono unico. Il punto di partenza, però, è quasi sempre un incontro: un dialogo con un’azienda o con un committente. Il design, infatti, è un processo di collaborazione, a differenza dell’arte che mi permette di esprimermi liberamente senza interlocutori. In questo contesto, le scelte progettuali sono influenzate da molteplici fattori, spesso variabili, che è fondamentale comprendere e armonizzare.

Una volta delineate le necessità e le aspettative, inizio a raccogliere immagini, materiali e suggestioni che possano sintetizzare al meglio l’essenza del progetto. A questo punto, mi lascio trasportare dal disegno, esplorando forme e colori in modo istintivo. Solo nella fase finale del processo queste idee vengono adattate ai vincoli funzionali e produttivi, con la possibilità di tornare indietro e ridefinire alcuni aspetti se necessario.

Non esiste un metodo rigido: a volte il percorso è lineare, altre volte si inverte, seguendo un flusso più spontaneo. Ciò che conta è trovare un elemento chiave, una sorta di innesco capace di generare riflessioni e idee. Definito il messaggio e il significato dell’oggetto, inizia un lungo lavoro di affinamento, fino a quando le forme acquistano una loro concretezza.

Ma oltre alla tecnica e alla funzione, per me è essenziale che l’oggetto abbia un’anima. I ricordi, i colori, le emozioni entrano nel processo creativo in modo naturale e contribuiscono a rendere un progetto familiare e riconoscibile. Perché, alla fine, un oggetto ben progettato non è solo funzionale: deve anche saper comunicare e creare un legame con chi lo osserva e lo utilizza.

Il tuo universo creativo è caratterizzato da una fusione tra ispirazioni oniriche, mitologiche, cartoon e pop, insieme a un uso distintivo di colore e materiali. In che modo questi elementi dialogano tra loro nel tuo processo creativo?

Nel mio processo creativo, gli elementi onirici, mitologici, cartoon e pop convivono in modo spontaneo, senza seguire schemi rigidi, ma piuttosto emergendo da un intreccio di riferimenti che appartengono al mio vissuto e alla mia immaginazione. È come se nella mia mente si accendessero dei fari, illuminando di volta in volta immagini e suggestioni che si rivelano funzionali alla narrazione. In questo modo, posso passare senza difficoltà da rimandi legati all’infanzia e al mondo del cartoon pop, con il loro linguaggio immediato e diretto, a riferimenti mitologici e onirici, spesso frutto di letture e riflessioni più recenti.

Questo processo di ricerca non è mai forzato, ma profondamente istintivo e naturale: attingo al mio bagaglio culturale per dare forma a visioni che sento autentiche, senza mai perdere di vista la coerenza del risultato finale.

Il colore e i materiali, invece, rispondono a una logica leggermente diversa. Se da un lato contribuiscono all’identità visiva di un progetto, dall’altro non possono essere considerati meri elementi estetici. Per me, devono dialogare con i sensi, evocare emozioni e stimolare percezioni tattili, visive, olfattive, persino uditive e gustative. Ogni scelta materica e cromatica è guidata non solo dal desiderio di creare armonia, ma anche dalla volontà di attribuire significato a ogni tratto e a ogni forma. L’estetica fine a se stessa non mi interessa: ciò che conta è che ogni elemento del mio lavoro abbia una ragione d’essere, un senso profondo che lo renda parte integrante di un racconto visivo ed emozionale.

Il tuo lavoro sembra muoversi tra realtà e immaginazione, quasi come se costruissi un ponte tra questi due mondi. Cosa ti spinge a esplorare questa dualità nei tuoi progetti?

Per me, progettare significa proprio questo: partire dall’immaginazione per trasformarla in qualcosa di concreto. È un processo naturale, quasi inevitabile. Il sogno e la visione sono il motore di ogni progetto, il punto di partenza che poi, attraverso studio, analisi e sperimentazione, diventa realtà. Senza questa capacità di immaginare qualcosa che ancora non esiste, non avremmo mai inventato nulla, dalla ruota ai viaggi nello spazio.

Credo che il pensiero creativo sia uno dei doni più grandi che abbiamo, e per questo sento il dovere di usarlo al meglio, con consapevolezza e con uno scopo. Nei miei progetti cerco sempre di mantenere vivo questo equilibrio tra realtà e immaginazione, perché penso che il design non debba essere solo funzionale, ma anche evocativo, capace di raccontare storie ed emozionare. In fondo, progettare è proprio questo: dare forma a un’idea, rendere tangibile qualcosa che prima era solo un pensiero.

Oggi fashion e design sembrano condividere un linguaggio comune in termini di tendenze, cura dei dettagli e contaminazioni stilistiche. In che modo questa connessione si riflette nelle tue creazioni?

Fashion e design hanno sempre dialogato tra loro, condividendo un linguaggio fatto di estetica, ricerca e sperimentazione. Le contaminazioni tra questi due mondi non sono una novità, ma oggi sono particolarmente evidenti, anche perché sempre più avvengono delle invasioni di campo, nell’uno e nell’altro senso.

Nel mio caso, questo legame è abbastanza naturale, anche perché ho studiato fashion design al Politecnico, e alcuni principi di questo ambito fanno parte del mio background. In linea di massima, non mi definirei una fashionista nel senso stretto del termine, ma osservo con interesse questo mondo, perché spesso sa cogliere lo spirito del tempo con lucidità e audacia. Mi affascina il suo modo di sperimentare, di sovvertire le regole e di osare con materiali, forme e colori.

Quello che mi ha sempre colpito, e allo stesso tempo intimorito, è la velocità con cui la moda si rinnova. Il design, per sua natura, ha tempi più dilatati e punta a una maggiore permanenza nel tempo, mentre la moda spesso si muove a ritmi serrati, consumando e rigenerando idee in un ciclo incessante. Nei miei progetti, cerco sempre di mantenere una sensibilità attenta a questi aspetti, privilegiando una ricerca che possa però avere un valore duraturo, senza mai rinunciare alla sperimentazione e alla capacità di raccontare il presente.

La matericità è un elemento chiave nelle tue opere. Come scegli il materiale giusto per trasmettere un’emozione o un messaggio specifico? E in che modo il materiale stesso influenza il risultato finale?
La matericità rappresenta il cuore pulsante dell’oggetto, perché il materiale non è solo il supporto fisico ma è anche il veicolo emotivo che trasmette significati profondi. Quindi la scelta giusta nasce da un’intima conoscenza delle sue caratteristiche fisiche e, spesso, si intreccia con il know-how di un’azienda che ha consolidato nel tempo un legame specifico con certi materiali.

In generale, mi trovo ad affrontare due principali situazioni. La prima quando il progetto parte da zero, senza una guida predefinita, quindi i materiali entrano in gioco grazie alle loro qualità intrinseche, formali e sensoriali, il tatto il profumo sono caratteristiche fondamentali. Come nel caso del progetto Out of Scale per Cappellini, dove, dopo un’attenta analisi, si è scelto di utilizzare un particolare tipo di legno per esaltare le qualità di ogni singolo elemento, ottenendo così il miglior risultato possibile.

Cappellini Out Of Scale

Nella seconda invece, è il materiale stesso a suggerire l’idea, venendo interpretato e trasformato in qualcosa di nuovo e inaspettato. Ad esempio, nella collezione Venusia realizzata in collaborazione con Alessi, l’acciaio che è da sempre un elemento distintivo per l’azienda, viene reinterpretato e valorizzato fino a diventare un gioiello. 

Venusia Elena Salmistraro

I tuoi progetti spaziano da ambiti e contesti diversi, mantenendo però sempre una forte coerenza stilistica. Come riesci a preservare un linguaggio estetico riconoscibile lasciando comunque spazio alla sperimentazione?

Credo profondamente nell’autorialità del progetto, un principio che probabilmente deriva dalla mia formazione artistica. Nell’arte, avere un linguaggio estetico riconoscibile è considerato un valore fondante, mentre nel design spesso si teme che questo possa essere percepito come un eccesso di egocentrismo. Personalmente, ritengo che ogni autore lasci inevitabilmente una traccia nel proprio lavoro. Se chiedessimo a dieci persone di tracciare una linea, ognuna lo farebbe in modo unico, con variazioni di spessore, direzione, lunghezza. Questo dimostra che, anche volendo eliminare ogni segno distintivo del designer per dare centralità all’oggetto, una certa impronta personale rimane comunque presente. Per questo motivo, credo sia più coerente evidenziare e valorizzare la propria firma stilistica, piuttosto che cercare di neutralizzarla. È un approccio che mi permette di mantenere un’identità chiara e riconoscibile, pur lasciando spazio alla sperimentazione e all’evoluzione senza mai snaturararmi.

Questo legame tra autore e oggetto tra l’altro è un tema che mi ha sempre affascinata e che ho voluto raccontare anche nella serie di figurine Most Illustrious realizzata per Bosa. In quel progetto, il designer diventa gli oggetti che ha disegnato, in un gioco alchemico che esalta proprio questa connessione profonda e spontanea tra creatore e creazione.

Bosa Most Illustrious

Puoi darci qualche anticipazione sui progetti a cui stai lavorando per il Salone del Mobile 2025?

Quest’anno i progetti per il Salone del Mobile non sono molti, perché negli ultimi mesi mi sono dedicata intensamente alla mia personale alla galleria Antonio Colombo a Milano, un’esperienza che ha richiesto grande impegno ma che mi ha dato immense soddisfazioni. Inoltre, di recente è stata lanciata la bicicletta che ho disegnato per Canyon, un progetto a cui tengo molto e che ha avuto una risonanza particolare, soprattutto dopo essere stata scelta da Van der Poel per la Milano-Sanremo.

Galleria Antonio Colombo Mostra Elena Salmistraro Alchimie nel Vuoto

Per quanto riguarda il Salone, ci saranno le collaborazioni ormai consolidate: con Lithea presenteremo una collezione di piastrelle decorative in marmo, mentre con Flaminia debutterà un nuovo lavabo. Con Bosa, invece, amplieremo il catalogo con nuove piastrelle decorative in ceramica, affiancando le già note Dornette e anche la limited edition creata per Signature Kitchen Suite.

Infine, durante la settimana del design, ci saranno anche alcune installazioni sparse per la città, che aggiungeranno un ulteriore livello di narrazione al mio lavoro. Sarà un’edizione meno densa di progetti, ma sicuramente ricca di contenuti e di dettagli su cui ho lavorato con grande cura.

Quanto la visione della casa ideale di Elena Salmistraro che possiamo immaginare attraverso il tuo lavoro si riflette nella tua abitazione reale?

In realtà, la mia casa reale riflette solo in minima parte l’immagine della casa ideale che si potrebbe intuire attraverso il mio lavoro. Trascorro la maggior parte del mio tempo in studio, e questo ha fatto sì che gli interni della mia abitazione non siano mai stati una priorità. Li ho sempre vissuti come qualcosa di mutevole, in continua trasformazione, senza una progettazione definitiva.

Negli ultimi anni, però, alcuni pezzi che ho disegnato hanno iniziato a trovare spazio nella mia casa, e questo mi ha portato a riflettere con maggiore attenzione sulla possibilità di ripensarne l’intero assetto. È un processo che sta prendendo forma gradualmente, senza fretta, e per ora la mia casa resta un continuo work in progress in evoluzione, che forse rispecchia il mio modo di concepire realmente il progetto.

C’è un angolo o una stanza della tua casa a cui sei particolarmente legata? Cosa la rende speciale per te? Se ti fa piacere, potresti condividere una foto inedita di questo spazio?

Lo spazio a cui sono più legata è senza dubbio il mio studio, il luogo in cui dipingo, che non è lo stesso in cui lavoro. Inizialmente, avevo riservato una stanza in casa per questo, ma con l’arrivo dei miei figli è diventata la loro camera dei giochi, e oggi è impossibile persino entrarci senza ritrovarsi circondata da mattoncini colorati e pupazzi. Così, con il tempo, il mio studio ha trovato una nuova collocazione nella casa che ho al lago, un rifugio perfetto dove posso dedicarmi alla pittura in totale tranquillità.

Per me, dipingere è più di un semplice esercizio creativo, è un momento di isolamento e libertà assoluta, amo stare in silenzioso con le mie tele senza distrazioni o interferenze. È uno spazio profondamente mio, che esiste al di fuori del tempo e del caos quotidiano. Forse proprio per questo non ho mai sentito il bisogno di fotografarlo. È un luogo speciale anche perché rimane solo mio, senza la necessità di essere condiviso o raccontato attraverso immagini.


Se dovessi immaginare un oggetto capace di rappresentare il futuro del design, che forma avrebbe e quali materiali sceglieresti per realizzarlo?

Se dovessi immaginare un oggetto capace di rappresentare il futuro del design, partirei da un materiale antico e naturale, come la ceramica, la terracotta o il legno. Credo fermamente che il futuro abbia bisogno di un ritorno consapevole al passato, di un dialogo più rispettoso con la terra e le sue risorse. Tuttavia, non si tratterebbe di un semplice recupero della tradizione, ma di una reinterpretazione attraverso tecniche e metodi contemporanei. Penso, ad esempio, a materiali ricomposti, alla stampa 3D o all’integrazione di elementi di riciclo, soluzioni che permettono di coniugare sostenibilità e innovazione.

Per quanto riguarda la forma, immagino un elemento scultoreo, un oggetto che non si limiti a una funzione specifica, ma che possa essere vissuto in modi diversi, dove ci si possa sedere, sdraiare, interagire a seconda delle esigenze e dell’istinto. Sarebbe un pezzo capace di superare il concetto tradizionale di funzione, aprendosi a una versatilità più fluida e trasversale, in grado di creare una connessione autentica con chi lo utilizza.

Guarda l’esclusiva intervista con Elena Salmistraro sul nostro profilo Instagram

Milan Design Week

Mohd Interior Reflections

21―26 APR. 2026

Scopri l'evento