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Cecilie Manz firma la lampada Solae per Fritz Hansen

14 Novembre 2025

Cecilie Manz

Cecilie Manz racconta la genesi della lampada ricaricabile Solae per Fritz Hansen immaginata per portare una luce discreta in ogni angolo della casa.

La formazione del designer si arricchisce del proprio background culturale, dello stile di vita assorbito sin dall’infanzia che si trasforma in vocazione professionale e stile progettuale. È l’idea di Cecilie Manz che sottolinea quanto l’essere cresciuta in Scandinavia abbia influenzato il suo approccio al design, poi affinato con gli studi e con la pratica.

Questo approccio trova riscontro anche nelle sua scelta di collaborare con aziende che condividono i suoi valori, in primis la qualità e la capacità di creare oggetti che durino nel tempo. Succede con Fritz Hansen: per l’azienda danese, Manz ha disegnato arredi e luci, tra cui la poltroncina Monolit e la nuova lampada ricaricabile Solae, appena lanciata e perfetta per modulare la luce nelle giornate d’autunno e inverno.

Fritz Hansen Monolit

Come è nato il concept di Solae?

C’è qualcosa di profondamente umano e comprensibile nelle forme rotonde. Per questo, anche se oggi un LED può assumere qualsiasi forma, ho pensato che l’elemento luminoso potesse comunque restare circolare. Ecco perché il disco superiore è rotondo.

Lo stelo, o il corpo del pezzo, potrebbe anch’esso essere semplicemente rotondo, ma ho ritenuto interessante conferirgli una direzione, così da renderlo più facile da afferrare con le mani. Inoltre, la sua presenza cambia molto a seconda che sia orientato a zero o a novanta gradi. In Scandinavia amiamo una luce accogliente, diretta, orientata verso il basso. Non ci piace molto la luce rivolta verso l’alto. Perciò era naturale che volessi che la lampada fosse il più possibile orientata verso il basso. Tuttavia, c’è anche il disco in acrilico sottostante, attraverso il quale si può vedere la luce. Quindi, se lo si posiziona più in alto, diventa visibile la sorgente luminosa, si percepisce chiaramente da dove proviene la luce.

Solae è una lampada ricaricabile, una tipologia con cui il pubblico interagisce da qualche anno: come la immagina negli spazi residenziali?

Si può usare come una qualsiasi altra lampada, con la sola differenza che è possibile staccare il cavo e spostarla. In un certo senso, credo che questo sia il vero vantaggio delle luci portatili: non si è costretti ad avere sempre un cavo visibile o appeso. Si può quindi lasciarla collegata e utilizzarla come una lampada tradizionale, oppure staccare il cavo e portarla con sé in un punto della casa dove non c’è una presa di corrente nelle vicinanze. 

Ad esempio, in soggiorno, accanto al divano, su una piccola scrivania o su un tavolo, si può regolare l’intensità luminosa al minimo — è così che la uso io — perché in questo modo ricorda un po’ una candela: offre una luce soffusa, mai invadente. Non serve a illuminare l’ambiente, ma a creare un’atmosfera accogliente. Se invece la si imposta a un’intensità più alta, può essere utilizzata sulla scrivania o persino sul tavolo da pranzo come una luce d’appoggio. È proprio così che preferisco l’illuminazione nella mia casa: tante piccole lampade o punti luce discreti, piuttosto che una sola lampadina grande sul soffitto, perché quella non è affatto un’illuminazione accogliente.

In questo e in altri progetti con Fritz Hansen, come ti sei rapportata alla sua storia del design?

Penso che, sia che si tratti di Fritz Hansen o di qualsiasi altra azienda con cui collaboro, faccia parte del mio lavoro indagare chi sono, perché credo sia importante che ciò che si crea sia in relazione al proprio partner. In questo caso, la mia collaborazione con Fritz Hansen è di lunga data, e condividiamo anche gli stessi valori: entrambi amiamo realizzare prodotti di alta qualità, pensati per durare nel tempo.

Come ti senti legata alla scuola danese e alla sua tradizione di design e produzione?

Si potrebbe dire che sono un prodotto di quella tradizione. Ho frequentato la Scuola di Design danese, sono cresciuta immersa nel design e nel suo significato, perché ovunque tu vada in Danimarca, puoi scorgere piccoli frammenti di design nella vita quotidiana. In un certo senso, diventiamo il risultato dell’ambiente in cui viviamo.

In Scandinavia c’è sempre stata una certa scarsità di materiali, e questo ci ha spinti a utilizzare le risorse nel modo più efficiente possibile, cercando di ottenere il massimo dal minimo. Quando mia nonna si sposò, acquistò tutto da un famoso designer danese, e quegli oggetti l’hanno accompagnata per tutta la vita. Credo che ciascuno di noi sia anche il prodotto del paese in cui è cresciuto, sotto molti punti di vista.

Anche l’illuminazione, ad esempio, è influenzata dalle condizioni meteorologiche, dalla quantità di luce naturale e dal modo in cui viviamo. Tutto è strettamente connesso. Per me, il design è prima di tutto funzionalità: creiamo oggetti pensati per essere utilizzati nella vita quotidiana. E questo, direi, è un tratto distintivo del design scandinavo — progettare qualcosa di utile e poi renderlo il più bello e piacevole possibile. Penso che forse sia proprio questo il suo punto di forza.