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19 Giugno 2025
Alla scoperta della visione creativa di Ludovica Serafini, tra intuizione, materia e bellezza essenziale che sfida il tempo.
Nel lavoro di Ludovica Serafini, architetta e designer dalla sensibilità raffinata, il progetto non è mai un esercizio formale, ma un atto profondo, quasi esistenziale. Una ribellione silenziosa, poetica, contro ciò che è già stato fatto.
In questa intervista, Ludovica Serafini ci accompagna all’origine della sua visione creativa: un universo in cui l’idea prende forma attraverso la materia, lo spazio ancora intatto e il lavoro corale di un team. Tra intuizioni e memorie, artigianalità e sogno, emerge il ritratto di una progettista che crede nella bellezza duratura e nel gesto essenziale, capace di attraversare il tempo. Perché nel suo modo di vedere il design, non si parte mai davvero da una pagina bianca.
C’è una frase che ho studiato da piccola che mi è sempre piaciuta tanto. Io sono un po’ anarchica, e dice: “Libertà va cercando, come sa chi per lei vita rifiuta.” È una frase di Dante.
Penso che la mia filosofia progettuale sia proprio questa: un atto di ribellione contro tutto ciò che già esiste. Perché ciò che esiste, esiste già, e non mi interessa poi così tanto.
L’essenza del progetto si basa su poche cose: un’idea, un bel materiale, e qualcuno che sappia realizzarlo davvero bene.
I miei progetti nascono per ispirazione. A volte è una richiesta da parte di un’azienda su un determinato prodotto; magari mi mostrano un materiale, e da lì immagino un oggetto, le sue morbidezze, le curve.
L’ispirazione può anche arrivare dall’architettura: quando entro in uno spazio vuoto, non ancora manomesso da altri. Quelle sono le vere ispirazioni, e da lì si parte. Poi si avvia l’elaborazione, anche con il team dello studio che lavora sulle idee.
Ma l’idea iniziale, quella prima intuizione, è unica. Ed è quella che viene rispettata per tutto il progetto.
Mi ricordo che da piccola c’erano amici dei miei genitori che mi davano un foglio bianco e mi dicevano: “Ah sì, vuoi fare architettura? Allora disegnami qualcosa.”
La verità è che nella vita non si parte mai da un foglio bianco. La creatività si basa su ancore molto profonde: cultura, memoria. Ci sono sempre degli elementi che accompagnano il momento creativo: un materiale, uno spazio, una luce, un ricordo. C’è sempre qualcosa. L’essere umano non parte mai da zero.
Il processo creativo è, essenzialmente, un lavoro di squadra.
Tutto parte dall’intuizione: il primo oggetto, la prima forma, il primo schizzo. Poi questo viene sviluppato da un team di persone nel mio studio, e per le aziende dagli uffici tecnici.
Per quanto riguarda l’architettura, è un lavoro che coinvolge una quantità incredibile di figure: dal muratore all’idraulico, dall’elettricista al pittore, a volte anche un ingegnere.
La cosa bella del mio lavoro è proprio questa: non è un lavoro solitario. Non è come per uno scrittore, che è in un luogo e scrive, magari fa ricerca, anche digitale.
Nel mio caso, in un lavoro creativo come il design o l’architettura, è fondamentale il team.
Semplificare è l’arte. Questo è il filo conduttore del mio lavoro. Solo all’interno della semplificazione esistono la poesia, il gesto delicato, gentile. E solo ciò che ha senso nel tempo è davvero importante: un oggetto progettato, un’architettura costruita, continuano a essere contemporanei anche dopo tantissimi decenni.
Questo è il cuore della mia ricerca.
Mi piacerebbe forse lavorare un po’ di più sul mondo dell’hospitality, piuttosto che sulle case private. Le case private sono molto belle, ma sono legate a persone reali, che incontri. L’hospitality, invece, è un sogno: progetti per un’ipotetica persona che andrà a vivere lo spazio, che si siederà su una tua sedia.
È molto più teorico, più creativo. E, per questo, più affascinante.
Guarda l’esclusiva intervista con Ludovica Serafini sul nostro profilo Instagram.