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Mads Odgård racconta la genesi delle sue lampade più iconiche

17 Dicembre 2025

Mads Odgård

La lampada Above è stata una rivoluzione per Louis Poulsen così come la MO300 è stata una novità assoluta per Carl Hansen & Søn: ecco come sono nate.

Mads Odgård può essere considerato la quintessenza del design danese: non solo perché il suo approccio progettuale è votato alla semplicità e alla funzionalità ma anche perché, proprio come i grandi maestri della scuola scandinava, è in grado di guardare oltre il presente e individuare bisogni e desideri del futuro. Non è una magia ma un mix di sensibilità e intuito, capacità di osservare e ascoltare il tempo.

Talvolta trovandosi a dover portare avanti con gentile ostinazione delle idee coraggiose che fortunatamente spesso incontrano aziende che sanno osare e ampliare i propri orizzonti. Come è successo con Louis Poulsen e Carl Hansen & Søn che proprio riponendo fiducia nella visione di Odgård hanno dato vita a due lampade iconiche e fuori dal tempo.

Quale è stata la tua formazione: come sei diventato designer?
Ho fatto diversi percorsi, tutti più o meno legati al design. Non ero uno studente modello, e molte scuole richiedevano voti alti per essere ammessi. Fortunatamente sono stato accettato alla Danish Art Craft Academy — oggi si chiama Royal Academy. All’epoca si entrava dopo una settimana di prove pratiche: c’erano centinaia di candidati, e sceglievano solo quattro o cinque persone. Dopo l’accademia ho lavorato per un’azienda danese di giocattoli per bambini, quella dei famosi mattoncini. Ho lavorato lì per un anno. Poi ho iniziato a progettare in proprio, disegnando ad esempio posate, e da lì è partito tutto.
In seguito ho sentito il bisogno di ampliare la mia formazione e sono andato all’Art Center, che ha la sede principale a Pasadena, in California, ma all’epoca aveva anche un campus in Svizzera. Era un’impostazione molto “old school”: lezioni di disegno ogni mattina, esercizi sulle proporzioni, studio delle forme. Un approccio molto tradizionale, ma fondamentale.

Una delle tue creazioni più iconiche è la lampada Above per Louis Poulsen. Puoi raccontarci la tua visione per questo progetto?
L’idea era creare un oggetto il più semplice possibile, un’unica forma, senza elementi superflui, che producesse una luce perfetta. È stato un processo lungo. Quando la presentai a Louis Poulsen, l’azienda all’inizio non era convinta: la loro tradizione era fatta di lampade complesse, come quelle di Poul Henningsen. Io invece proponevo un’unica forma, un solo pezzo. Era una piccola rivoluzione.

Curiosamente, Above ebbe subito più successo in Italia, Svizzera e Germania, dove il pubblico è meno legato all’eredità di Henningsen e ha percepito il progetto come un gesto di coraggio: “Che azienda audace, a fare una lampada così semplice”.

Oggi funziona molto bene. È difficile da copiare: ogni imitazione risulterebbe troppo simile all’originale. Il mio motto è: “Quanto posso spingermi nel rendere qualcosa semplice?”. E poi ho un’altra frase che mi rappresenta: “Less is less”. Meno pezzi, meno materiali, meno energia per ottenere la luce giusta.

Louis Poulsen Above

Questa stessa ricerca di semplicità si ritrova anche nella lampada MO-300 per Carl Hansen & Søn?
Sì, assolutamente. È nata quasi per caso: mi avevano chiesto di progettare una sedia. Nel mio studio avevo un prototipo di una lampada che avevo realizzato per la mia casa estiva.
Mentre spiegavo il progetto della sedia, il responsabile di Carl Hansen guardava distratto verso la lampada. Alla fine mi disse: “La sedia non mi convince del tutto, ma… potrei vedere quella lampada?” Gli risposi: “È solo un prototipo, ma se vuoi, puoi produrla.” E lui: “Perfetto, ora ho una lampada nella collezione.” Da lì è nata tutta la serie — da tavolo, da parete, da soffitto. È un oggetto semplice, equilibrato, con proporzioni studiate ma dall’aspetto naturale, come se fosse sempre esistito.

Carl Hansen & Søn MO300

Parlando più in generale, quali sono i valori o le priorità che ti guidano quando progetti qualcosa di nuovo?
Sinceramente, parto sempre da un bisogno personale. Se mi manca una lampada o un oggetto, lo disegno. Non faccio grandi analisi o ricerche di mercato: mi affido all’istinto.
Poi, naturalmente, serve un produttore che condivida questa visione. A volte le aziende trovano i miei progetti “troppo semplici”, ma la semplicità richiede coraggio. Credo anche di avere un buon istinto per capire dove andrà il mercato tra tre o quattro anni. Le aziende spesso guardano al presente, o ai prodotti di successo dei concorrenti, ma così arrivano sempre tardi.

Come descriveresti la tua casa? È ordinata, minimalista, caotica?
Dieci anni fa ho disegnato la casa che desideravo, e poi l’ho costruita con le mie mani, vicino a Copenaghen. È anche il mio studio. Mi ci sono voluti due anni. Ha grandi finestre, molta luce e un tetto in rame. Dentro c’è una cucina che ho dipinto io stesso: sembra marmo italiano, ma è solo pittura. È un luogo molto tranquillo, immerso nella natura. Tutto è progettato con la stessa logica dei miei oggetti: semplicità, funzionalità e proporzioni armoniche.

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