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22 Dicembre 2025
Enrica Cavarzan e Marco Zavagno, fondatori dello studio Zaven, raccontano gli ultimi progetti e la necessità di nutrire il lavoro con la ricerca libera.
Lo studio Zaven, fondato da Enrica Cavarzan e Marco Zavagno, continua a ridefinire il confine tra progetto industriale e ricerca indipendente. Dal divano Zaza per Zanotta alle sperimentazioni in ceramica per Bitossi e Cedit, la loro pratica oscilla tra rigore produttivo e libertà laboratoriale, mantenendo un linguaggio che evolve attraverso materiali, test e intuizioni quotidiane.
In questa conversazione, Zaven racconta come nascono le estensioni di una collezione, cosa accade dietro una collaborazione con le aziende e perché la sperimentazione rimane il motore più autentico del loro lavoro.
Dopo il primo divano Zaza presentato nel 2022, come si è evoluta la collezione con Zanotta?
Dopo il debutto dello Zaza, la risposta del pubblico e dell’azienda ci ha portato a immaginare una famiglia più ampia. È nato così Zaza Max, una versione più bassa e profonda, pensata per un comfort diverso e per spazi più generosi. Abbiamo introdotto varianti semicurve e più articolate, pur mantenendo l’idea del monoblocco sospeso su cinghie. A questo si sono aggiunti i pouf e infine il letto, che riprende il linguaggio dei cuscini “vestiti”, adattati però a una struttura pensata per il materasso. La logica rimane la stessa: una morbidezza che avvolge, un comfort che si percepisce prima ancora di usarlo.

Il tema della famiglia di prodotto ritorna anche nel progetto Bol per Zanotta. Da cosa nasce l’estensione?
L’idea di come le gambe del tavolo si incontrano e si compenetrano ha generato nuove possibilità: tavolini bassi e vasi in ceramica che sfruttano lo stesso principio di incastro tra cilindri. Quando un segno funziona, può diventare un piccolo vocabolario.
Per SCAB avete lavorato su Koala, una seduta contract. Qual era la richiesta principale?
Ci è stato chiesto di sviluppare una poltroncina imbottita compatta, confortevole e adatta agli spazi contract. Da qui sono nate due versioni: una chiusa, quasi borghese nella sua forma contenuta, e una open, dove l’anello metallico sale a formare il bracciolo, rivestito da un manicotto morbido. Un approccio più fresco, leggero, studiato sulle esigenze del loro mercato.
Il progetto per Bitossi vi ha portato a lavorare con la ceramica per i vasi Curve e i tavolini Isola. È stato un territorio nuovo?
Conoscevamo già la ceramica, ma ogni azienda ha la sua “mano”. I vasi sono arrivati subito, mentre i tavolini hanno richiesto numerosi test: millimetri di variazione dell’angolo potevano significare la differenza tra un pezzo integro e uno che si crepava dopo la cottura. La ceramica è viva, si muove; richiede pazienza.

Anche per Cedit avete reinterpretato la ceramica, questa volta in chiave tridimensionale per superfici verticali. Come si è sviluppato il progetto?
È nato da un nostro pezzo presentato al London Design Festival. Cedit ci ha chiesto di trasformarlo in collezione industriale: abbiamo ridisegnato forme e colori, adattando l’idea a una produzione a pressa. Tre modelli, sei colori, e la ceramica come superficie architettonica, non solo oggetto.
Nella vostra recente mostra indipendente Massimo Carico avete esposto 23 mensole. Da quale esigenza nascono questi progetti “liberi”?
Sono momenti di respiro: occasioni per sperimentare senza un brief. Le mensole nascono dal vincolo dello spazio espositivo, che permetteva solo elementi a parete. Ogni mensola è un’interpretazione diversa, influenzata da mondi industriali, artigianali, artistici. Qui impariamo tanto: materiali che non funzionano, idee che si trasformano, errori utili.

Quanto è importante ritagliarvi questi momenti di autonomia?
Fondamentale. La sperimentazione è parte della nostra identità. Toccare, tagliare, provare: sono gesti che tornano nei progetti industriali. Non abbiamo molto tempo per farlo, perché il lavoro con le aziende è costante, ma proprio per questo ogni occasione diventa preziosa. E spesso da queste esplorazioni nascono intuizioni che le aziende poi accolgono, come è successo con lo ZaZa per Zanotta.